LA TRADIZIONE DEI TAMBURI

Accompagna le processioni, nei casali cosentini, una musica monotona, discordante, strepitosa di tamburi e grancasse che si picchiano violentemente e fragorosamente. Così scriveva V. Dorsa nella seconda metà dell’ottocento occupandosi delle tradizioni calabresi, e ci testimonia come nei paesi intorno a Cosenza questa tradizione dei “tombarinari” fosse allora fiorente.

S. Ippolito può oggi considerarsi la “patria” dei tamburi. Questi sono i protagonisti nei periodi delle feste religiose, ma sono suonati spesso anche durante l’anno sia per sottolineare eventi particolari che per puro divertimento.

Il 13 agosto, giorno della festa del Santo Patrono, si possono vedere, e soprattutto sentire, le varie squadre di suonatori che accompagnano la processione e nell’arco della giornata compiono varie volte il giro del paese con i loro strumenti. Cosa simile avviene nei tredici giorni che precedono la festa, anche se il momento più caratteristico è senza dubbio il “Cavallo”, fantoccio in cartapesta raffigurante Sant’Ippolito sul suo cavallo che viene portato in giro per il paese facendolo ballare al continuo suono dei tamburi.

Mentre in paese i suonatori di tamburi sono moltissimi, a costruirli è rimasto uno solo: Ippolito Reda, che ha nel suo magazzino un piccolo laboratorio artigianale.

Mastro Ippolito Reda Raduno dei tamburi 2004 Vecchia foto con suonatori di tamburi

Di recente la tradizione dei tamburi è stata oggetto  di una pubblicazione dell’etno-musicologo Antonio Bevacqua: “I Tamburi della Sila” – 2006 – Squi[libri] Editore

Abbiamo pensato di inserire alcune parti di interesse per il paese, rimandando direttamente al libro per ulteriori approfondimenti. Riportiamo qui la parte del libro con l’intervista ad Ubaldo Arabia con affianco le foto riguardanti Sant’Ippolito presenti nell’opera:

Significativa è stata la testimonianza di Ubaldo Arabia, figlio di Francesco Arabia e zio di Ippolito Reda, dal quale lo stesso ha appreso molte delle tecniche riguardanti la costruzione di tamburi e grancasse. Ubaldo, morto nel 2003 all’età di 83 anni, è stato uno dei personaggi più importanti della comunità di Sant’Ippolito: il suo sapere e la sua arte hanno lasciato un vivo ricordo in tutti gli abitanti. Pittore e scultore, ha firmato diverse creazioni. A lui si deve la continuità della tradizione dei tummarinari nei Casali, per avere memorizzato le tecniche dei vecchi costruttori e averle trasmesse al nipote. Ho potuto intervistare Ubaldo Arabia nell’agosto del 1998, accompagnato da Ippolito Reda. Vedovo, Ubaldo abitava da solo in un casa ricca di quadri da lui dipinti, uno dei quali raffigura il padre, Francesco Arabia, capostipite della famiglia, mentre suona per i vicoli di Sant’Ippolito insieme a Carmine Arabia e ad Amedeo Arabia. Ubaldo ricordava molti particolari sui tummarini. Le sue indicazioni sono state utili per capire il ruolo che la sua famiglia ha svolto all’interno del borgo e per avere dati sulle feste di Sant’Ippolito. Mi ha anche mostrato un vecchio tamburo costruito da ragazzo.

Quali erano i suonatori che in passato adoperavano i tamburi?

I suonatori più vecchi erano i miei fratelli Ippolito, Raffaele e Carmine (questo suonava la grancassa), mio padre Francesco e il mio compare Gaetano Rocchetti. Il più vecchio tra questi era mio padre Francesco, detto mastru Franciscu. Mio padre diceva che prima di lui vi era un suonatore di tamburo di Aprigliano, bravissimo: suonava la quaglia al tamburro.

Prima di loro se ne ricorda altri?

No, non ricordo altri suonatori a Sant’Ippolito prima di mio padre. Il gruppo dei suonatori guidato da mio padre andava a suonare anche in altri paesi: Donnici, Cosenza e quasi tutti i paesi intorno. A Cosenza suonavano a Casale e anche in centro, per la festa di San Giuseppe e quella di San Francesco. Mio padre faceva il calzolaio. Il suo tamburo lo aveva comprato, ma non ricordo da chi. Ricordo solo zu Cardamune, che faceva cerchi e pelli. La tradizione dei tamburi dopo la morte di mio padre non si è mai interrotta; c’erano sempre i nipoti che hanno continuato a suonare.

Chi erano i nipoti?

Amedeo, Ciccillo, che è pure nel quadro, morto in Belgio l’anno scorso e che suonava la grancassa e Giuseppe, sempre tutti appartenenti alla famiglia Arabia. L’unico non Arabia era Rocchetti che era il San Giuvanni [il compare]. Forse mio padre ha comprato il suo tamburo ad Aprigliano. Lui era originario di Donnici e si è sposato con una donna di Sant’Ippolito; già suonava prima di venire ad abitare qui.

Da dove ha origine la vostra famiglia?

R: La famiglia Arabia è originaria di Donnici superiore, de li Suprani. A Donnici però non vi erano suonatori. Il fratello di mio padre suonava: si chiamava Ippolito, detto Potito, ed era specialista nel rullo.

Si ricorda di altri suonatori nei paesi vicini?

Intorno a cinquant’anni fa ce n’era uno di Borgo Partenope che suonava, mastro Giuseppe De Paola, postino a piedi e poi a cavallo. Ce n’era anche uno di Aprigliano, che veniva alle feste di Sant’Ippolito ed era chiamato u curteddaro perché faceva coltelli a serramanico per l’allevamento degli animali, anche quelli tascabili. Veniva a suonare senza essere chiamato e senza essere pagato, perché i tummarini qui già c’erano. Veniva perché gli piaceva.

Ha qualche ricordo della festa di Santa Lucia?

Nella festa del 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, è una vecchia tradizione che i tummarini suonano con le zampogne. Me li ricordo da quando ero bambino, quindi dal 1925 circa. Ho mangiato insieme agli zampognari e al “procuratore”. Dopo la festa i suonatori andavano a mangiare dal “procuratore”. I tummarini lasciavano gli zampognari avanti e suonavano dietro. Poi suonavano pure insieme una specie di ballo, una tarantella e anche altre suonate.

Quanti erano i suonatori?

Erano due tamburi e una grancassa, una ciaramella [zampogna] e una pipita [ciaramella].

Da dove provenivano gli zampognari?

Venivano dalle parti di Catanzaro, Serra San Bruno e altre zone limitrofe. Era il prete o il “procuratore” a contartarli. Il “procuratore” era delegato del prete: uno di loro si chiamava Cicchetto Palmuzzi. Ce ne sono stati tanti, cambiavano spesso. C’era anche una canzone dedicata al “procuratore” che veniva scandita con l’accompagnamento dei tamburi:

Iàmu alla càsa du pròcuratùri – cà c’è càrni e màccarrùni – è c’è càrni e màccarrùni – iàmu alla càsa du pròcuratùri

Al ritmo di tamburi tutti cantavano. C’erano pure altre canzoni con i tamburi. Di mattino presto ci si alzava per vedere i suonatori; dei bambini non dormiva nessuno.

Si ricorda anche qualche particolare delle feste dell’8 marzo e del 13 agosto?

Il 7 marzo c’era la processione del cavallo, ma non ad agosto. I tummarini suonavano nelle tre sere precedenti l’8 di marzo, che erano chiamate i tre sire, verso le 16,30. Il cavallo lo facevo io; prima di me lo costruiva Antonio Fabiano detto Totonno a funtana. Mi ricordo la festa del cavallo fino a settant’anni fa. Ricordo che veniva uno di Aprigliano detto u Purveraro che lo costruiva con delle canne: poi è morto mentre preparava la polvere nella polveriera. Mi ricordo anche di Riccardo Mele che costruiva il cavallo con maggior cura: pure lui è morto. Il cavallo lo costruivano in “santuario” quando venivano a preparare i fùochi: lo facevamo subito. In seguito, anche grazie al mio contributo, è stato raffinato per farlo assomigliare a Sant’Ippolito; lo costruivo con la creta e cercavo di raffigurare il Santo sul cavallo. Lo indossavano per voto. Il cavallo è sempre esistito, io me lo ricordo da quando sono nato.

Perché la festa di marzo viene celebrata proprio il giorno 8?

Forse la processione del cavallo si fa per il terremoto avvenuto in questa zona. Forse quello del 1783 o del 1908: il paese è del `500. La festa dell’8 marzo è legata al terremoto. La canzone stessa dice che il Santo ha risparmiato il paese dal terremoto. La festa vera e propria è il 13 agosto, ma per il voto del terremoto si fa anche 1’8.

In quali altre occasioni suonano i tamburi?

Quando due si sposavano, si faceva la batteria dei fuochi d’artificio e venivano suonati i tamburi. Anche quando qualcuno si laureava suonavano i tamburi e si sparavano i fuochi d’artificio. Gli anziani raccontavano che durante le feste si portava u stendardu, un palo lungo e ci mettevano i cuddureddi zuccherati, i ginetti che sono cuddureddi senza zucchero e i cavalluzzi; questo anche quando si sposavano. In occasione della festa del 13 agosto u cumpare Gaetano Lucchetti u iucava, cioè teneva lo stendardo con i denti, lo metteva dietro le mani e i tummarini suonavano dietro. Giravano per le case delle zite. L’8 marzo di mattina suonavano per annunciare la messa che ci sarebbe stata a mezzogiorno; da poco la messa è di pomeriggio. Prima dei complessi c’era la banda musicale, una volta anche una cantante lirica, poi i complessini. Comunque la banda musicale seguiva sempre la processione, con i tummarini avanti. Ogni paesano invitava a mangiare un musicante della banda. Il 12 agosto il cavallo non si faceva. I tummarini suonavano per annunciare la festa. Ricordo che solo qualche volta hanno fatto il cavallo per la festa grande con Peppino a pustera.

I tummarini suonavano anche in altre feste?

Si, nella festa di San Giuseppe suonavano anche i tummarini, il 19 marzo, e lo facevano per devozione di Don Vincenzo Piro, un dottore discendente da Cellara ma abitante a Sant’Ippolito. A Natale pure suonavano.

Antonio Bevacqua – I tamburi della Sila – Squilibri editore – pp.31/35